Le 12 barriere alla comunicazione secondo Thomas Gordon

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Thomas Gordon è stato uno psicologo americano, prima allievo e poi collega di Carl Rogers e  presidente della California State Psychological Association. Ampiamente riconosciuto come esperto nel campo della comunicazione e della risoluzione dei conflitti, ha creato il Metodo Gordon, un sistema completo ed integrato per creare e mantenere delle relazioni efficaci.

Nel libro Insegnanti Efficaci (titolo originale,  ”T.E.T. Teacher Effectiveness Training”, pubblicato nel 1974), Thomas Gordon elenca le 12 barriere alla comunicazione che costituiscono il “Linguaggio del Rifiuto” e impediscono una vera connessione con l’altro.

Vediamole insieme.

1.Ordinare, comandare, esigere

 “Smetti di parlare.”

 “Devi fare il compito.”

 “Non voglio più sentirti parlare.”

   A nessuno piace sentirsi dire cosa fare, figuriamoci ai nostri studenti o ai nostri figli.

  Può darsi che rivolgendoci così ai nostri studenti otteniamo il risultato che desideriamo, ma qual è l’effetto sul              lungo periodo? Quale tipo di relazione stiamo instaurando con loro? Come siamo percepiti?

 Personalmente, da quando curo la mia dieta linguistica e ho abolito i “devo”, “dovresti”, sentire queste parole mi provoca l’orticaria e quella che in psicologia viene definita “reattanza”, ovvero resistenza interiore. Della serie: magari farei anche quello che mi chiedi di fare, ma proprio perché la vivo come un’imposizione…non lo faccio!

2. Avvisare, minacciare

“Sarà meglio se ti impegni.”

“Se parli ancora, ti metto una nota.”

La minaccia è la via che ci porta all’ostilità.  Cosa fa chi si sente minacciato? Alza il muro per difendersi e proteggersi. Questo genera rabbia, rancore e desiderio di ribellione.

3.Fare la predica, sgridare, rimproverare

“Dovresti/non dovresti fare così.”

“Se solo fossi stato più attento, non avresti fatto tutti questi errori.”

Che sensazioni vi provocano queste frasi? Non vi sentireste mortificati se un superiore si rivolgesse così a voi? Lo stesso accade per i nostri studenti!

4. Consigliare, dare soluzioni e suggerimenti non richiesti

“Perché non fai così?”

“Se fossi in te, farei…”

“Al tuo posto, io…”

Lo so che l’intenzione è positiva, ma il messaggio che passa è ben diverso. Inconsciamente stiamo comunicando all’altra persona che noi ne sappiamo più di lui/lei e che da sola/o non è capace di risolvere la situazione. Questa persona si potrebbe sentire sminuita e incapace e questo potrebbe scatenare una ribellione. Molto meglio fornire degli spunti per vedere la situazione da un altro punto di vista. E’ proprio quello che fanno i coach: usano il potere delle domande per aiutare l’altra persona a prendere consapevolezza e arrivare da sola alla soluzione. Alcune frasi più efficaci potrebbero essere “Come sarebbe se…”, “Mi chiedo cosa succederebbe se…”. 

Molto efficace anche mettere questa “cornice mentale”, presa in prestito da Istant Influence, un metodo scientificamente dimostrato per motivare le persone in sette minuti e usato con successo anche nei Pronto Soccorsi americani: “Premesso che sei libera/o di fare quello che vuoi, così ipoteticamente, come sarebbe se…”, “So che non ti interessa fare i compiti, ma così ipoteticamente, giusto per parlare, come sarebbe se…”?

5. Redarguire, ammonire, fare argomentazioni logiche

“Se non fai esercizi, non potrai migliorare in inglese”

Lo studente  sa benissimo che se non si eserciterà, non migliorerà, ma pur di non darvela vinta, si opporrà, difendendo ancora di più il suo atteggiamento. Vedi punto 4!

6.Giudicare, criticare, disapprovare, biasimare

“Sei sempre il solito”

“Sei pigro, non ti applichi”

Penso che questa sia, tra tutte, la barriera  più pericolosa perché mina l’autostima dell’altra persona con possibili effetti devastanti anche a distanza di anni. Non mi stancherò mai di dirlo: le parole che pronunciamo influenzano la nostra percezione della realtà. Quando uno studente si sente ripetere dei giudizi, si convincerà che quello che gli dicono è vero. Queste frasi si trasformano poi in convinzioni limitanti che seguiranno  quel bambino/adolescente come un’ombra fino a quando non ne prenderà coscienza.
Nell’immediato, una persona che si sente minacciata nella sua identità, farà di tutto per mascherare quello che sente e proteggersi, ma dentro sta malissimo.

7.Definire, stereotipare, etichettare

“Furbo!”

Come per il punto precedente, le etichette si trasformano in convinzioni limitanti e di certo non aiutano gli studenti a costruire un’immagine positiva di loro stessi.

8.Interpretare, analizzare, diagnosticare

“Fai così perché sei stanco/a.”

“Ti stai comportando così perché vuoi attirare l’attenzione su di te.”

Quale reazione suscitano in voi questi messaggi? La mia prima risposta sarebbe: “Cosa ne sai tu di quello che provo io?”.
Può darsi che l’interpretazione dell’insegnante sia corretta, ma qual è l’effetto sullo studente? Si sentirà minacciato e quindi a disagio. Se invece l’interpretazione si rivela inesatta, uno studente potrebbe sentirsi ferito e accusato senza motivo, quindi frustrato e arrabbiato. Di certo, verrebbe meno la fiducia e il desiderio di apertura nei confronti dell’insegnante.

9.Apprezzare, convenire, dare valutazioni positive esagerate e false

“Tanto sei brava/o”,

“Sono sicura che ce la farai”

Tra tutte le barriere, questa è quella che mi ha sorpreso di più, forse perché non avevo mai pensato ai possibili effetti collaterali dei giudizi positivi.
Se uno studente ha scarsa stima di sè ed è un giudice severo con se stesso, il giudizio positivo dell’insegnante sarà discordante rispetto all’immagine che ha creato di sè. Potrebbe arrivare a pensare che lo stiamo manipolando! A lungo andare, inoltre, si potrebbe sviluppare una sorta di dipendenza dall’apprezzamento, la cui assenza potrebbe essere interpretato come una critica (Ecco non mi ha detto bravo, quindi non lo sono oppure Non mi ha detto niente sul mio disegno, quindi non le piace).

10.Rassicurare, consolare, sostenere

“Vedrai che la prossima volta andrà meglio”

“Non ti preoccupare, vedrai che passerà!”

Anche in questo caso, l’intenzione è positiva, ma il messaggio che potrebbe arrivare è: Ecco, pensa che io stia esagerando…non mi prende sul serio. Questo provoca chiusura perché la persona si sente delegittimata a provare le emozioni che prova e quindi scatenare ostilità.

11.Contestare, indagare, mettere in dubbio

“Perché?”

“Chi?”

“Hai fatto i compiti?”

“Quanto hai studiato?”

Non vi sentireste minacciati se qualcuno si rivolgesse a voi così? Avreste voglia di aprirvi all’altra persona? Questo tipo di messaggi denotano mancanza di fiducia nei confronti del nostro interlocutore e insicurezza da parte nostra.

12.Eludere, distrarre, fare sarcasmo, cambiare argomento

“Ti sei svegliato/a con la luna storta oggi?

“Hai fatto i compiti? Miracolo!”

Chi si sente dire queste frasi potrebbe sentirsi poco rispettato e preso in giro, provando delusione e chiusura.

Ok, quindi cosa sarebbe meglio fare per evitare queste barriere?

L’ascolto attivo è il primo passo per una vera connessione con l’altra persona. Cosa sta cercando di dirci? Qual è il suo bisogno? Il linguaggio giraffa   è una modalità di comunicazione più efficace.
Come sempre distinguiamo tra persona e comportamento: le persone non sono i loro comportamenti, sono molto di più. Questo non significa scusare o giustificare i comportamenti, ma “salvare” l’autostima e l’identità delle persone. I comportamenti possono essere inacettabili e modificabili, l’identità di una persona no.

Ho pensato di riassumere questi concetti in una mappa mentale. Scaricala subito!

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Quali barriere sono più familiari per voi? Scrivetelo nei commenti qui sotto!

 

Mary Gioffrè
Mary Gioffrè
Ciao! Sono Mary Gioffrè, coach, insegnante di inglese e fondatrice di Insegnanti Consapevoli. La mia missione è accompagnare le insegnanti italiane in un percorso di consapevolezza per riscoprire i propri doni e talenti per insegnare e vivere meglio.

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